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Day Hospital – A Medical Horror Story

DAY HOSPITAL – A MEDICAL HORROR STORY

di Maria Rita Pugliesi

n.b. questa è un’opera di fantasia, ogni riferimento a persone, luoghi ed eventi reali è puramente casuale.

I.

RISVEGLIO

Mira aprì gli occhi.

Il mondo attorno a lei era sfocato, indefinito. Sentiva un lieve …bip… provenire da lontano con cadenza ritmica, vedeva intorno a sé forme indistinte, un bianco accecante…e a parte quel suono…il silenzio.

Le girava la testa, sentiva gli arti pesanti…la sua mano istintivamente cercò la parte destra del torace e toccò una bendatura.

Adesso ricordava: l’ospedale, l’intervento…un semplice intervento di routine…il chirurgo l’aveva rassicurata: “Signora Ferri, questo è un semplice intervento di routine, verrà svolto in day hospital con un’anestesia leggera, e la sera stessa sarà di nuovo a casa”.

Il chirurgo era il  Dott. Castaldi, considerato il massimo esperto nel suo campo, fiore all’occhiello del Centro Biomedico Leonardo, dove adesso si trovava.

Anestesia leggera aveva detto…ma allora perché provava quella sensazione di stordimento? Si sforzò di aprire gli occhi e di mettersi seduta sul letto, nonostante si sentisse come se un camion l’avesse investita…si rese conto che indossava un camice bianco, al braccio sinistro aveva attaccato un ago, alzò lo sguardo e la flebo era ormai vuota.

Provò a chiamare gli infermieri con il pulsante che aveva vicino al letto.

C’era uno strano silenzio, non si sentiva alcun suono, la porta della sua stanza era chiusa.

Aspettò, ma di infermieri nemmeno l’ombra.

Eppure nel nuovissimo ospedale in cui si era operata erano tutti così efficienti, solerti, pronti a rispondere a qualsiasi richiesta del paziente…ne facevano un vanto, era andata lì proprio perché la struttura era considerata all’avanguardia: anche per un semplice intervento di routine, Mira voleva il meglio.

Passarono lunghi minuti, nessuno arrivava.

Mira decise allora di raccogliere le sue forze, e per prima cosa tirò via il tubo della flebo dal suo braccio, al quale rimase attaccata la farfalla, chiusa da un pezzo di scotch.

Ne fuoriuscì una goccia di sangue, con un leggero moto di disgusto avvitò il piccolo tappo che chiudeva il flusso, come aveva visto fare alle infermiere.

Doveva provare a fare il giro della stanza, almeno. Non poteva restarsene così, passiva, ad attendere senza vedere arrivare nessuno.

Mira Ferri era una semplice impiegata come tante, ma anche una donna snella e atletica, oltre che forte e risoluta: la sua passione era il taekwondo, che praticava da anni, e che padroneggiava al punto da essere cintura nera.

Si alzò pian piano, e pur avendo le gambe malferme e la testa dolorante, si diresse verso il piccolo bagno, interno alla camera.

Guardò il suo viso allo specchio: era la stessa di sempre, capelli a caschetto rossi, con la riga laterale, lisci ma in quel momento spettinati, qualche lentiggine sul naso, occhi grigi, volto minuto dai lineamenti regolari.

Aprì leggermente il camice che indossava e guardò la fasciatura, era bianca immacolata.

Non sentiva alcun dolore, probabilmente era ancora sotto l’effetto dell’anestesia.

Ma perché nessuno arrivava? Dov’era il suo telefono? Lo aveva consegnato alle infermiere prima dell’intervento insieme ai suoi effetti personali, le avevano detto: “Non si preoccupi Signora, lo troverà in stanza al suo risveglio!” – ma nella stanza delle sue cose non c’era nemmeno l’ombra.

C’era qualcosa che non andava in quella situazione, anche perché dalla finestra arrivava davvero poca luce, doveva essere quasi sera: non sarebbe dovuta tornare a casa quel giorno stesso?

Seccata, Mira aprì la porta della sua stanza, e ancora intontita ma con le gambe più ferme si affacciò in corridoio. Era a piedi nudi, coperta solo da quell’assurdo camice.

Non faceva freddo, ma un brivido le attraversò il corpo.

II.

CASTALDI

Mira non aveva la minima idea di dove fosse stata portata, in quanto si era addormentata con la luce delle lampade della sala operatoria, e risvegliata in stanza.

Ricordava, prima dell’intervento, la giovane anestesista che scherzava con lei per smorzare l’ansia: “Signora, adesso le faccio un bell’aperitivo così si rilassa…questa è roba forte!” – diceva la ragazza sorridendo mentre le iniettava il farmaco, e lei cercava di sorridere ma la paura era tanta…non si era mai operata in vita sua.

Ricordava il lampo azzurro dietro quegli occhiali dalla montatura quadrata: era lui, il Dott. Castaldi, che metteva i guanti facendole appena un cenno di saluto. Sarà stato anche bravissimo, gentile e impeccabile, ma a lei quell’uomo dava i brividi…

Dopo questo, non ricordava più nulla, il buio totale fino al suo risveglio.

Il corridoio era stranamente vuoto, e la luce al neon che lo illuminava faceva uno strano tremolio…si guardò intorno, tutto era silenzioso, a parte quel lontano …bip…bip…che continuava a sentire.

Ma in che situazione si trovava? Era forse uno scherzo?

Girò l’angolo e vide finalmente il bancone della reception del piano. Da lontano non sembrava esserci nessuno nemmeno lì, ma a passi lenti Mira si avvicinò.

Si affacciò oltre il bordo del nuovissimo bancone, bianco e verde chiaro dalla forma aerodinamica, lucido e fiammante. Sembrava la fusoliera di un aereo.

Si avvicinò meglio….sulla superficie c’era qualcosa, delle goccioline scure…ma che strano, in un posto così pulito…era un liquido vischioso, poteva mai essere…? No, ma cosa stava pensando….Aveva visto davvero troppi film.

Però certo, qualcosa che non andava c’era. Troppo silenzio, quella luce tremula…ricordava invece un posto pieno di gente, il personale accogliente e caloroso, un’atmosfera, per essere un ospedale, quasi piacevole…

Mira si affacciò oltre il bancone e sussultò.

A faccia in giù sul tavolo, c’era una donna: si vedevano i capelli biondi ben acconciati, ne riconosceva la divisa da infermiera. Dormiva? Possibile?

Il volto non era visibile, era nascosto dalle braccia, che avvolgevano la testa, come una scolaretta addormentata in classe la donna giaceva riversa sul tavolo della reception.

Ma che scena assurda era mai questa? L’infermiera dormiva?

Mira la chiamò piano: “Signora…!”…nessuna risposta.

Alzò la voce: “Signora…! Signora!!”….niente, la donna non si muoveva.

Era tutto silenzio…o forse no, sentiva un lieve rantolo, un respiro….no, forse lo stava immaginando?

Mira si girò dall’altro lato, cercando di capire se fosse reale, da dove provenisse…

E improvvisamente si sentì afferrare il braccio con forza.

Si girò nuovamente verso la donna, e fu un attimo.

Sotto i capelli biondi freschi di piega del parrucchiere, finalmente vide il suo  viso, o quel che ne rimaneva. Era completamente coperto di sangue, gli occhi erano vacui, privi di pupille, di un inquietante azzurrino…e la guardavano, con uno sguardo che di umano non aveva nulla. La donna (o quello che era…) digrignava i denti, era proprio lei ad emettere quel suono…guardò il suo braccio, e vide che era lei a stringerlo, con una mano dalle unghie curatissime, incrostata di sangue secco.

Prima che potesse formulare un pensiero compiuto, Mira vide la testa della donna cadere di nuovo riversa sul bancone, e sentì schizzarle addosso un liquido vischioso. Il viso, il camice, si macchiarono di quella sostanza densa, rossastra…fu allora che alzò gli occhi e lo vide.

Era molto alto, magro e slanciato, indossava un camice da medico ed era vestito in modo sobrio ed elegante, con una camicia, un gilet e una cravatta.

Le sembrò strano notare tutti quei particolari in un momento così…

Ricordava bene quell’impeccabile ciuffo di capelli scuri, gli occhiali dalla montatura quadrata, la scintilla degli occhi azzurro ghiaccio, freddi e impenetrabili.

Dietro le lenti, quegli occhi la guardavano, gelidi e decisi. Era vivo, era umano. Ma sembrava tutto, fuorché innocuo.

Il suo camice era completamente macchiato di quello che, ormai non c’erano più dubbi, era sangue, e schizzi di sangue imbrattavano anche il suo viso spigoloso dai lineamenti regolari, mentre la mano destra reggeva qualcosa di lungo e affilato…era coperto anche esso di sangue, ma Mira riconobbe che si trattava di un bisturi.

Era lui, il Dott. Castaldi, il chirurgo che l’aveva operata.

E aveva appena ucciso, con il suo bisturi, la donna, o la cosa, che si trovava davanti a lei.

Mira urlò più forte che poteva e improvvisamente, con tutte le sue forze, corse veloce dall’altra parte del corridoio.

III.

FUGA

Mira correva lungo il corridoio, il suo pensiero era uno solo: uscire da quel posto e farlo prima possibile!

Si ritrovò davanti un’enorme porta con maniglia antipanico, che pensò fosse l’uscita del reparto in cui si trovava…era impossibile non notare che la porta, e il muro circostante, erano macchiati da strisciate e ditate di sangue…Spinse la maniglia, e si trovò, affacciata dal piano più alto dell’ospedale, su quella che era la grande hall, oltre la quale c’era l’uscita.

Quell’enorme spazio, di solito affollato di gente in fila per visite e ricoveri, dall’alto le sembrò un formicaio impazzito.

Le persone si muovevano senza alcun senso apparente, chi con agilità, chi trascinandosi a stento, da una parte all’altra del grosso atrio, a terra c’era sangue, tanto sangue.

Anche da quell’altezza (doveva trovarsi al quarto piano della struttura) si capiva benissimo che in quei movimenti, a volte lenti a volte a scatti, di umano non c’era nulla.

Mira non ebbe bisogno di scendere fin laggiù per capire che tutte quelle persone erano come la donna che le aveva afferrato il braccio, la donna dagli occhi vacui e dal volto coperto di sangue.

Mira fece per tornare indietro da dove era venuta, ma purtroppo la grande porta del reparto non si apriva più dal lato esterno…doveva ragionare.

Distrattamente, notò che dalle vetrate del palazzo non filtrava più alcuna luce: ormai era calata la sera, fuori era buio pesto.

Camminò lungo il piano, che a dispetto del caos che regnava di sotto sembrava deserto.

Aveva addosso solo il camice da paziente dell’ospedale, non aveva scarpe. Non aveva un telefono.

Se avesse potuto trovare un telefono, avrebbe chiamato aiuto.

Entrò in una stanza che sembrava un ambulatorio, c’era un telefono fisso sulla scrivania. Appoggiò la cornetta all’orecchio, ma non sentì nulla, non c’era linea.

Cercando di non farsi prendere dal panico, aprì un’altra porta. Possibile che nessuno avesse lasciato in giro un telefono cellulare?

Trovò un altro ambulatorio, e alle spalle quello che sembrava lo spogliatoio del personale, in quanto era pieno di scarpe e vestiti.

Meglio di nulla…..Si tolse il camice bianco, vide che la fasciatura dell’intervento copriva benissimo il suo seno, che era molto minuto.

Iniziò a rovistare tra i vestiti poggiati nello spogliatoio, trovò un paio di jeans neri che sembravano andarle bene, e delle scarpe del suo numero, il 38.

Indossò entrambi, sentendosi subito meno vulnerabile…era stupido, ma non avere più addosso quel camice la fece sentire subito più forte.

Si rese conto di avere ancora sul braccio sinistro un pezzo di nastro adesivo con l’ago infilato dentro…lo sfilò con cautela, ormai non serviva più. Dalla vena fuoriuscì qualche goccia di sangue.

Mira si girò, dietro di lei c’era uno specchio a figura intera. Fu proprio mentre guardava il suo viso stravolto e cercava di ravvivarsi i capelli, che d’improvviso le luci dell’ospedale si spensero, e tutto sprofondò nel buio più totale.

IV.

BUIO

Mira era una persona forte, indipendente, ma il buio proprio non lo sopportava…ricordava ancora un episodio che aveva vissuto da bambina….l’oscurità totale, i singhiozzi, i fruscii che sentiva mentre era chiusa in quel posto….ma adesso non doveva pensarci.

Era sola, dentro un ospedale infestato da…da non sapeva cosa, con un chirurgo killer che si aggirava per i corridoi con il suo bisturi scintillante, coperto di sangue.

Uscire dalla porta principale era fuori discussione, visto cosa c’era al piano terra.

Quindi doveva:

  • o trovare un’altra uscita
  • o trovare un telefono e chiamare aiuto

Questo prima di essere trovata lei da qualcuno, o da qualcosa…

E se fosse rimasta lì nascosta? Magari prima o poi qualcuno sarebbe arrivato a sistemare quel caos…

Mentre si perdeva in questi pensieri, appoggiata a uno degli armadietti del personale, sentì un tonfo improvviso.

I suoi occhi si erano abituati al buio, anche perché nella stanza lampeggiava una flebile luce di emergenza rossa.

Perciò riuscì a vederlo…..dall’armadietto uscì improvvisamente quello che doveva essere stato un inserviente, forse un uomo delle pulizie dalla divisa.

Il suo collo aveva qualcosa che non andava, la testa pendeva pericolosamente, in modo storto e innaturale….anche lui era coperto di sangue (vedeva macchie scure sulla divisa azzurrina) ed emetteva quel terribile rantolo….gli occhi fortunatamente non c’era abbastanza luce per vederli.

Veniva verso di lei, e fu allora che tutto quello che Mira aveva appreso in anni di pratica di taekwondo venne fuori da sé.

Assestò alla cosa che le veniva incontro un rapido calcio frontale che gli fece momentaneamente perdere l’equilibrio, quindi con una mossa fulminea usci dalla stanza e iniziò a correre, prima di capire se l’essere fosse in grado o no di aprire le porte.

Il corridoio era anche esso illuminato dalle luci di emergenza, il cui colore rosso non faceva altro che peggiorare lo stato di allarme in cui ormai Mira si trovava….

La ragione l’aveva abbandonata, e corse, corse lungo i corridoi infiniti dell’ospedale, come un insetto in una trappola di vetro.

V.

SALA OPERATORIA

Mira correva, correva, senza guardare cosa vi fosse intorno a sé.

Ad un certo punto il corridoio finì, e si trovò davanti ad un’ampia doppia porta, con su scritto: “Sala operatoria”.

Non c’erano altri posti in cui andare, sarebbe dovuta tornare indietro e ormai si era persa, non si era resa conto di quanto quel posto fosse enorme e labirintico.

Decise di spingere la maniglia, magari la sala portava da qualche altra parte…

Ci volle un millesimo di secondo per capire che era stata un pessima decisione.

Nell’ampia stanza c’erano almeno 5 o 6 di quelle cose….era tutta l’equipe.

Medici, infermieri e….dal tavolo si alzò quello che doveva essere stato il paziente operato…aveva il torace completamente aperto, gli intestini fuoriuscivano dal suo corpo come un macabro strascico, eppure era vivo, e avanzava verso di lei….tutti avanzavano verso di lei.

I loro occhi non avevano espressione, i loro denti digrignati erano macchiati di sangue scuro…Mira era paralizzata dal terrore e un pensiero nella sua testa si fece strada: basta, non ho scampo…si rassegnò, sarebbe morta li.

Ma improvvisamente si sentì tirare di lato, e dalla porta che aveva appena aperto, comparve di nuovo lui.

Dietro gli occhiali rettangolari, i suoi occhi scintillavano in modo sinistro, la spinse di lato e Mira si rese conto che era più alto di lei di almeno 20 cm.

Era il dott. Castaldi, e la guardava con rabbia. Esclamò: “Signora Ferri, l’ho cercata dappertutto! Dove credeva di andare?” mentre esclamava questo, con la piccola lama chirurgica che aveva in mano sferrò due colpi eleganti agli infermieri che li avevano quasi raggiunti, entrambi caddero a terra con la giugulare squarciata.

La prese con sé trascinandola di peso, e chiuse la porta della sala alle sue spalle.

Nel corridoio, Mira non proferì parola, era sotto shock.

Il Dott. Castaldi continuava ad inveire contro di lei, senza alzare la voce ma gelido, esasperato: “Si può sapere perché è fuggita in quel modo? Chi crede fossi venuto a cercare al reparto? Lei deve sopravvivere, e io sono la sua unica speranza in questo posto! Non si permetta mai più di fuggire, sa quanto ho impegnato a ritrovarla…? E adesso che le luci sono saltate ed è attivo il sistema di emergenza…dovremo scendere al livello -3…sarà più difficile del previsto….lei deve camminare dove cammino io, non deve fiatare….!” Il dottore era di fronte a lei, e mentre le parlava a raffica (non lo aveva mai sentito parlare così tanto le volte che lo aveva incontrato) tirò fuori dal taschino del suo camice un fazzoletto, con il quale iniziò a pulire gli occhiali sporchi di sangue.

Quel gesto le sembrò così assurdo….così surreale, perché lui era completamente coperto di schizzi di sangue, e le veniva da ridere a vederlo pulirsi le lenti, con aria precisa, mentre si arrabbiava con lei per essere fuggita….ma dalla sua bocca invece delle risate uscì un conato, e sputò a terra quelli che dovevano essere succhi gastrici….già, era a digiuno da prima dell’intervento.

IV.

MERENDINE

A quella vista, il Dott. Castaldi si calmò. “Signora, mi scusi dimenticavo che lei non mangia da ieri…dobbiamo fare una piccola deviazione alla mensa, altrimenti non avrà le forze per fare quello che stiamo per fare…mi segua.” Mira raggelò, lui aveva ritrovato il suo consueto tono cortese, quasi affettato, i suoi occhi erano di nuovo freddi come il ghiaccio, senza rabbia.

A quel punto fu lei a iniziare a protestare: “Dottore, lei mi deve dire cosa diavolo sta succedendo! Cosa sono questi esseri, che cos’è un incubo? Ma si, forse è solo un incubo che sto facendo, sono ancora sotto anestesia…” Lui camminava davanti a lei, sicuro per i corridoi che conosceva meglio di casa sua.

Il dottor Castaldi era un enfant prodige della medicina, laureato a 23 anni, specializzato a 27, famoso per non avere mai sbagliato un intervento…questo lo aveva letto facendo ricerche online. Ma sapeva anche che viveva per il lavoro. Quell’ospedale era casa sua….così le avevano detto le infermiere che l’avevano, quel giorno, condotta in sala operatoria, e non come fosse un complimento, anzi con una punta di rammarico….Mira si distolse da quei pensieri. Ma chi se ne fregava della vita privata del dottore! Con la sua consueta irruenza, dal basso della sua statura (rispetto a lui si sentiva così bassa….) gli si parò davanti e gli disse: “Adesso mi spiega per favore cosa sta succedendo?????”

Lui per nulla impressionato fece spallucce, e scansandola proseguì la sua strada, dicendo: “Lei sa che il Leonardo è anche un centro di ricerca, giusto? A volte il progresso comporta dei sacrifici….la medicina non è una scienza esatta. Tra queste mura non si fanno solo interventi di routine come il suo” disse girandosi per un attimo con uno strano scintillio ironico negli occhi “evidentemente qualcosa sarà sfuggito di mano…” A quel punto Mira era furiosa: “Dottore ma cosa dice? Sfuggito di mano, in che senso?? Se sa qualcosa deve dirmelo, si rende conto del casino in cui mi trovo per colpa vostra? Altro che day hospital!!” Mira era furiosa, ma lui si limitava a proseguire la strada, dopodiché arrivarono davanti a una grande porta. Castaldi la aprì, guardò dentro, dopodiché con un gesto cavalleresco le cedette il passo: “Prego, dopo di lei…” Esasperata, Mira entrò e vide che si trattava della sala ristoro, c’era un bancone con degli alimenti poggiati sopra…merendine confezionate, fette biscottate, marmellata e altro…si rese conto di avere fame, e trangugiò senza sentire il sapore due merendine, un panino al latte e delle fette biscottate…non le aveva nemmeno spalmate di marmellata.

Il Dott. Castaldi, intanto, senza degnarla di uno sguardo sembrava perso nei suoi pensieri, poggiato alla parete…Mira con la bocca piena di cibo lo guardò di sottecchi. Non se ne era mai resa conto, ma quell’uomo a suo modo era bello. Doveva avere al massimo 40 anni o poco più, il suo viso era magro e spigoloso, ma non segnato. Aveva la barba perfettamente rasata, folti capelli neri e dietro le lenti degli occhi color ghiaccio, che davano i brividi ma non potevano essere definiti spiacevoli….inoltre era molto snello e slanciato, tale da sembrare ancora più alto della sua già notevole statura. Gli guardò le mani, erano lunghe e affusolate come quelle di un pianista…fu a quel punto che il dottore alzò lo sguardo. “Signora Ferri si può sapere cosa ha da fissarmi in quel modo? Se ha finito di mangiare le spiego ora cosa dobbiamo fare se vuole uscire da qui…viva ovviamente!” Per fortuna era tutto semibuio e le luci di emergenza erano già rosse, perché Mira si sentì arrossire fino alla punta delle orecchie. Come poteva pensare in quel modo in un momento così? Abbassò lo sguardo imbarazzata, e si rassegnò ad ascoltare cosa avesse da dirle.

V.

CODICE ROSSO

Il Dott. Castaldi aveva preso da chissà dove un foglietto e una penna, e sul tavolo della mensa, che era deserta e sembrava normale a parte qualche macchia di sangue qua e là, iniziò a disegnare una piantina dell’ospedale, con movimenti rapidi delle sue lunghe mani. “Vede, noi adesso siamo qui, al quarto piano” disse “voi pazienti sapete che questo ospedale ha 4 piani superiori, un pian terreno e un piano -1, ma il vero centro di ricerca si trova ai livelli -2 e -3…dal livello -3, che è il più importante, c’è un’uscita di emergenza, l’unica che non si blocca quando si attiva il codice rosso, come adesso…quindi siamo costretti a scendere fin laggiù, ascensori e scale mobili sono fuori uso, le finestre sono bloccate, inoltre io solo conosco i codici per accedere ai livelli inferiori…la prego quindi di rimanermi accanto e non prendere ulteriori iniziative. Se vuole sapere di più su cosa sta succedendo, quando arriveremo alla fine del percorso le darò qualche ragguaglio, per quello che potrò…sempre se si comporta bene e non fugge di nuovo” disse con un sorriso sghembo, mentre un lampo ironico gli attraversava nuovamente gli occhi. Le dava veramente sui nervi quel dottore…evidentemente credeva di essere onnipotente, di poter disporre degli altri come riteneva. Con calma gli disse:” Dottore io la ringrazio per il suo aiuto, ma non capisco perché si dà tanta pena per portarmi fuori di qui….nemmeno mi conosce! Inoltre, non basterebbe chiamare aiuto? Non ha un cellulare? Chiamiamo la polizia, i vigili, l’esercito, ci nascondiamo in un posto e ci verranno a prendere!”

Fu a quel punto che Castaldi scoppiò a ridere, rideva veramente di gusto, a metà tra risatina isterica e sghignazzata da villain dei cartoni animati…quell’uomo aveva davvero qualche rotella fuori posto. Mentre rideva ancora, tirò fuori dal taschino del suo camice, nel quale custodiva una penna BIC e il suo inseparabile bisturi chirurgico, che aveva usato per uccidere quelle…cose, un telefono Samsung ultimo modello. Lo sbloccò con la sua impronta digitale e lo porse a Mira. Lei subito digitò il numero di emergenza, ma si rese presto conto che non c’era campo….il telefono emetteva un bip fastidioso, provò e riprovò ma non c’era linea…niente. Eppure prima dell’intervento il suo telefono prendeva benissimo, l’ospedale si trovava isolato dalla città, ma mica era fuori dal mondo? Come era possibile? Castaldi rispose alla sua domanda silenziosa, riprendendosi il telefono dalla mano di Mira. “Glielo ho detto, codice rosso…hanno schermato l’ospedale, non c’è campo. Cosa crede, che non avrei chiamato subito qualcuno se avessi potuto?” disse sprezzante, alzandosi dal tavolo. Mira alzò la voce: “E per quale motivo io in questo casino totale dovrei fidarmi di lei? Mi da una buona motivazione per cui dovrei farlo?” gli urlò mentre lui di spalle si avviava già alla porta. Castaldi si girò, e sempre con quel sorrisetto odioso le disse: “Che domande, perché lei è una mia paziente, quindi deve restare viva ad ogni costo…” e senza dire altro, uscì dalla stanza.

VI.

SO DOVE COLPIRE

Chiaramente, quell’uomo non le era simpatico, e non si fidava di lui. Ma Mira sapeva di doverlo seguire. Finora, nonostante lei fosse scappata a gambe levate credendo che volesse uccidere anche lei con quel terribile bisturi, doveva ammettere che le aveva già salvato la vita due volte, inoltre conosceva bene l’ospedale e ci si orientava anche al buio, a differenza sua.

Sicuramente ne sapeva più di lei su cosa stesse succedendo lì dentro, ma per il momento non era intenzionato a dirle nulla e non sembrava certo una persona facile da convincere, se non aveva intenzione di parlare.

E poi, che altra scelta aveva? Gli corse dietro, mentre lui avanzava senza nemmeno girarsi, sicuro di essere seguito.

Visto che il Dott. Castaldi restava in silenzio, Mira cercò di fare mente locale: al momento si trovavano al quarto piano, e sarebbero dovuti scendere, da quel che il dottore riferiva, fino a questo fantomatico livello -3.

Gli ascensori non funzionavano a causa del black out, pertanto avrebbero dovuto usare le scale (si trattava di scale mobili, al momento fuori uso, che collegavano i piani della modernissima struttura, erano disposte centralmente e godevano della vista dell’ampio atrio, gremito da quegli esseri).

Sembrava che, per qualche ragione particolare (forse ai piani di sotto c’era più gente già in origine? Forse quelle cose tendevano a raggrupparsi?) più si scendeva verso il basso e più quelle cose aumentavano. Almeno era questo che sembrò a Mira quando arrivarono nuovamente ad affacciarsi sul grande atrio, dove lei stessa era stata in precedenza, dopo essere uscita dal reparto.

Fu a quel punto che Castaldi si fermò, e le disse: “Adesso, Signora Ferri, si deve concentrare. Quelle persone, anche se hanno un atteggiamento….particolare…sono esseri umani proprio come me e lei, e lo ha visto quando ho tagliato loro la giugulare…sono caduti a terra, li ho messi KO…almeno temporaneamente. Io sono un medico, so dove colpire, cercheremo di evitarli ma la prego di stare dietro di me se ne incrociamo qualcuno…la sua incolumità in questo momento è la cosa più importante! Oltre alla MIA incolumità ovviamente….” Sorrise in modo sinistro come se quella fosse una esilarante battuta di spirito…aveva davvero un senso dell’umorismo discutibile.

Mira si sentì di dover ribattere: “Dottore, forse lei non sa che io sono cintura nera 2 dan di taekwondo, lo pratico da più di dieci anni e ho studiato con i migliori maestri coreani…” disse orgogliosa.

Prima che potesse continuare, lui la zittì: “si si, lo so…” e aggiunse a voce più bassa: “so più cose di lei di quello che pensa….” Sorrise di nuovo, in modo per nulla rassicurante, e continuò: “Lei deve restare incolume, abbia pazienza per un po’ e vedrà che farà anche lei la sua parte…per adesso mi faccia la cortesia di non prendere iniziative, a meno che non mi vedrà in difficoltà. E le assicuro, non è semplice mettermi in difficoltà!” concluse guardandola dritto negli occhi con aria quasi di sfida.

“Mi scusi, cosa vuol dire che sa più di quanto penso su di me? E cosa vuol dire che dopo dovrò fare la mia parte?”

Ma lui non rispose, aveva già imboccato la prima scala mobile fuori uso, scavalcando con noncuranza il corpo che vi giaceva riverso sopra.

Mira lo seguì, rinunciando a fare altre domande. Voleva uscire da quell’incubo e basta, al diavolo lui e le sue frasi sibilline.

Quel corpo sembrava non muoversi, lo scavalcò anche lei con cautela e proseguì la discesa.

VI.

STAIRWAY TO HELL

Erano arrivati, senza intoppi, al terzo piano. Lungo la breve strada che portava da una scala mobile all’altra, incontrarono tre di quelle “persone”, una doveva essere stata una dottoressa perché indossava un camice bianco, strappato e macchiato di sangue, e appena li vide corse loro incontro con sorprendente agilità, digrignando i denti in un’orribile smorfia. Castaldi senza battere ciglio, si limitò ad afferrarla e spingerla giù dalla ringhiera, senza nemmeno guardarla spiaccicarsi nell’atrio con un tonfo molle (almeno a Mira sembrò di sentire quel rumore…). Mira raggelò, ma possibile che quell’uomo uccidesse senza farsi il minimo problema? Lui alzò le spalle ed esclamò: “Una collega, non mi era mai stata particolarmente simpatica…” Mira rabbrividì. Non sapeva se aveva più paura di lui o di quelle cose, ma in quel momento lui la stava proteggendo, per motivi che continuava a non comprendere…quindi gli rimase accanto.

Ed ecco che si avvicinarono, stavolta lenti e con passo strascicato, una coppia di vecchietti, dovevano essere stati adorabili quando erano in vita, avevano entrambi i capelli bianchissimi e i volti coperti da rughe, dimostravano almeno 80 anni…ma i teneri nonnini al momento avevano un solo pensiero…aggredirli, afferrarli con le mani o fare chissà che altro, certo le loro intenzioni non erano amichevoli. Procedevano lenti, ma inesorabili, ormai li avevano nel loro radar. Il dottore con passo calmo e misurato gli si avvicinò, aveva già tirato fuori il bisturi, con movimenti veloci sferrò due colpi precisi, ed entrambi caddero a terra, tra schizzi di sangue. Castaldi si girò, aveva il volto macchiato, e su una delle lenti dei suoi occhiali campeggiava una macchia rosso scuro.

Sbuffò seccato, mise il bisturi nel taschino e tirò fuori nuovamente quel panno, con il quale iniziò a pulire meticolosamente la lente dei suoi occhiali.

Mira era scioccata. Come poteva un uomo di scienza uccidere con quella precisione e velocità? “Glielo ho detto, io so dove colpire” esclamò lui, che evidentemente aveva letto la sorpresa nel suo sguardo.

Scesero quindi al secondo piano. Girando l’angolo per arrivare all’altra scala mobile, Mira sentì subito dei rumori, dei colpi sordi e continui.

Si girò e notò che c’era una grande porta, che evidentemente conduceva nel reparto. Quella porta aveva una parte a vetri, e oltre i vetri si intravedevano almeno cinque o sei persone…non persone…sempre quelle cose….che spingevano e bussavano per uscire, i volti deformati in un ghigno animalesco, i denti macchiati di sangue…senza rendersene conto, si era fermata a guardarli, scioccata. “Io mi sbrigherei, prima che capiscano come si apre…” esclamò Castaldi avviandosi lungo la scala verso il primo piano.

Senza una parola, Mira lo seguì.

VII.

CARNEFICINA

Al primo piano incontrarono uno solo di quegli esseri, era una donna piuttosto anziana, di corporatura un po’ grossa…era su una sedia a rotelle, chissà dove era finito il suo accompagnatore? Doveva essersi unito al party nell’atrio, pensò Mira con un moto di ilarità. Quando li vide, iniziò a contorcersi disperatamente con gli occhi iniettati di sangue, cercando di raggiungerli…ma ovviamente non poteva, e Castaldi non la degnò di uno sguardo. Invece si fermò e dopo tanto silenzio, le parlò nuovamente. “Signora Ferri, adesso stiamo per arrivare nell’atrio. Per qualche ragione comportamentale avrà notato che i soggetti” Mira fece caso con stupore a questo termine, soggetti “tendono a raggrupparsi, quindi la maggior parte ritengo si trovino in questa zona…purtroppo vedono e sentono molto bene, quindi” si girò indicando una grande porta “dobbiamo evitarli, correre e raggiungere quella porta, che conduce al piano -1. Ho ragione di ritenere che lì ce ne siano di meno, ma dobbiamo superare questo punto cruciale. Stia accanto a me, cerchi di evitarli e vedrà che a breve raggiungeremo il traguardo….se vuole sferrare qualcuna delle sue mosse di karate, questo è il momento” disse con il suo solito sorrisetto. “Non è karate, è taekwondo!’ esclamò Mira risentita, ma lui già le dava le spalle.

Il cuore di Mira batteva forte, stavano attraversando l’ultima scala che li separava dall’inferno. La scala era gremita di corpi riversi, insanguinati, era veramente difficile camminare. Mira proseguì disgustata, li sentiva molli sotto gli anfibi neri che aveva preso in prestito nel camerino di quelle infermiere, solo poche ore fa eppure sembrava passato un secolo…

“Stia dietro di me!” finalmente si erano affacciati nell’immenso atrio, la porta che dovevano raggiungere era dalla parte opposta, vicinissima ma così lontana…non appena li videro, quei cosi iniziarono ad avanzare incontro a loro, e Mira si disse: “Ok sono morta, siamo un medico e una combattente amatoriale di taekwondo, ci saranno almeno cento di queste…persone…nell’atrio, non abbiamo alcuna speranza, è follia”. Mentre pensava questo, lo vide. Castaldi era davanti a lei, brandiva il suo piccolo e letale bisturi, e sferrava colpi ovunque, con una velocità e una precisione assurde. Sembrava un samurai con la sua katana, non un chirurgo. I corpi cadevano a terra tra schizzi di sangue, che finirono anche addosso a lei…non poteva non essere stupita e in qualche modo ammirata. Ne aveva stesi almeno cinque o sei, ma continuavano ad arrivare. Fu allora che Mira si svegliò dal suo torpore, e iniziò a sferrare calci, come ben sapeva fare.

Ap chagi…dollyo chagi….yop chagi…Mira iniziò a prendere a calci gli esseri che si avvicinavano a loro. Certo un calcio non li uccideva, ma arretravano, perdevano l’equilibrio, e mentre Castaldi continuava a sferrare colpi con la sua lama, con una rapidità che lei non pensava assolutamente potesse avere, si rese conto che erano arrivati quasi alla porta.

La porta era li, a pochi metri, Mira la guardò come un miraggio…ma la guardò un secondo di troppo, perché si distrasse e un uomo distinto di mezza età dai capelli brizzolati, riverso a terra dopo un calcio che lei le aveva sferrato….improvvisamente con un guizzo si tirò su e Mira avvertì un dolore lancinante alla coscia. Abbassò lo sguardo e constatò con terrore puro che quel tizio l’aveva morsa…la stava mordendo, proprio come in un film di zombi, e non mollava la presa.

VIII.

LA CANZONE DI MIRA

La cosa strana era che lei non sentiva più dolore, guardò quel tizio per qualche interminabile secondo, finché non lo vide cadere all’indietro. Castaldi lo aveva colpito con il suo bisturi. Mira guardò un forte fiotto di sangue sgorgare dalla sua coscia, senza provare la minima emozione….si sentì prendere di peso e tirare su, come se fosse stata una bambina.

Alzò lo sguardo e si rese conto che Castaldi la teneva in braccio, erano proprio davanti alla porta che avrebbero dovuto raggiungere…lui tenendola in braccio la spinse forte e la spalancò, per poi richiuderla dietro di sé con un rapido movimento. Almeno così sembrò a Mira, che sentiva la testa sempre più leggera, e un dolore sordo che iniziava a farsi nuovamente strada dal punto in cui quel coso l’aveva morsa…

“Maledizione!” lo sentì esclamare “devo raggiungere la sala operatoria, e in fretta!”  Aveva la nebbia totale nel cervello, le girava la testa, non riusciva a tenere gli occhi aperti ma sentiva di dover restare sveglia…qualcosa dentro di lei le diceva che se si fosse addormentata, non si sarebbe risvegliata più.

Le luci di emergenza dell’ospedale lampeggiavano, e a un certo punto si sentì posare su un lettino, e alzò gli occhi.

Il dott. Castaldi la sovrastava in tutta la sua altezza, indossava dei guanti chirurgici e aveva in mano qualcosa…delle lunghe forbici? Cosa voleva farle? Irrazionalmente fece come per scappare, ma non riusciva ad alzarsi.

Fu allora che il dottore si sedette sul lettino accanto a lei, le prese la mano e la guardò dritto negli occhi. Per la prima volta, il suo sguardo non era freddo, sarcastico o noncurante. Era preoccupato, angosciato, la guardava come se volesse scavarle dentro, e le disse: “Mira… posso darti del tu vero…? Mira purtroppo hai una brutta lesione. Per fortuna l’arteria femorale è intatta, ma la ferita è molto vicina e hai perso tanto sangue…ti  dovrò operare, ma stavolta non posso farti alcuna anestesia….non c’è tempo. Mi dispiace…sentirai un pochino di dolore ma ti prometto che finirà presto. Non avere paura, ci penso io! “ le disse accorato, tenendole sempre la mano. Mira non aveva la forza di parlare, né di muoversi, ma lo guardò chinarsi sulla ferita brandendo delle grosse forbici e qualcosa altro…un ago? E fu allora che sentì un dolore fortissimo, così forte che urlò, come non aveva mai urlato in vita sua.

“Mira….no no per favore…non pensare al dolore, concentrati su altro” diceva Castaldi, con una voce dolce e carezzevole che non gli aveva mai sentito “mi dispiace che non posso farti l’anestesia, ma forse posso aiutarti a non pensare…sai prima di studiare medicina…quando ero molto giovane, mi piaceva cantare. Mira, ti canterò la mia canzone preferita, ascolta solo la mia voce e non pensare a nulla…”

Castaldi era chino su di lei, armeggiava con quegli strumenti e Mira si rese conto…che non riusciva a muoversi. Cosa era successo? In qualche modo era legata al lettino, o lo stava immaginando? Il dolore era insopportabile e urlò di nuovo, in preda al terrore più totale.

Fu allora che una voce profonda e dolce, un po’ roca, iniziò ad echeggiare nella grande sala vuota:

“e come tutte le più belle cose….visse un solo giorno come le rose…”

Castaldi cantava benissimo, qualcosa in quella voce la calmò, era come una ninna nanna malata, come una carezza fatta con un bisturi.

e il sole quando muore muore piano….e poi la notte si diffonde tutto intorno…”

Per qualche strana ragione, il dolore era diventato qualcosa di estraneo a lei, lo sentiva ma non la turbava più, era come drogata, ma vigile…pensava a quando era bambina, a quando era rimasta chiusa per sbaglio in quello scantinato…da allora aveva paura del buio e quella paura le sembrò così stupida e insignificante….era tutto così lontano…

Dopo un tempo indefinito, lui alzò la testa, e si sedette di nuovo accanto a lei.

“Mira, abbiamo finito, sei stata bravissima. L’intervento è andato bene” disse sorridendole, era vicino a lei e senza rendersene conto, Mira lo abbracciò, lo strinse forte, sentiva il suo calore, sentiva il sangue umidiccio che macchiava il suo camice, ma continuava a stringerlo forte, aggrappandosi a lui come se al mondo non ci fosse altro.

Scoppiò a piangere, le lacrime si mischiavano con il sangue che era sul suo camice, piangeva a dirotto e lui la strinse, senza dire una parola.

Fu a quel punto che Mira svenne.

IX.

HO SMESSO

Fu un odore acre e fastidioso a risvegliarla da un bel sogno…ma che cos’era? Fumo? Un incendio forse? Mira balzò di soprassalto, e si rese conto di essere ancora su quel lettino…ricordò di colpo la ferita, la canzone, il pianto….una sensazione strana, dolceamara, si impadronì di lei…ma lui dov’era e cos’era quell’odore fastidioso? Si girò e vide Castaldi, era poggiato contro al muro nella penombra e…stava fumando. Aveva una sigaretta tra le dita e tirava lunghe boccate, ecco cos’era quell’odore orribile!

Mira era una sportiva, detestava il fumo…”Ma cosa fa, dottore, fuma??” esclamò di istinto, le sembrava assurdo che proprio un medico fumasse, o almeno era qualcosa che contrastava con la sua immagine di medico….Lui si girò a guardarla, non si era accorto che si fosse risvegliata.

Guardò la sigaretta che aveva tra le dita come se fosse qualcosa che non lo riguardasse, la gettò a terra e la schiacciò con la scarpa elegante.

“No, ho smesso….” esclamò con noncuranza.

“Lei piuttosto Signora Ferri….come si sente? Le fa ancora male la ferita?” A quelle parole, Mira guardò la sua gamba. Il jeans che aveva addosso era stato tagliato, era fasciata, ma non sentiva dolore. Considerate le circostanze si sentiva anzi piuttosto bene. La sua attenzione tornò al dottore, che sembrava stranamente interessato alla sua risposta….la guardava, ancora appoggiato al muro, quasi con trepidazione.

Perché questo cambio di atteggiamento? Ricordò vagamente quanto accaduto la sera prima: l’aveva curata, ma anche abbracciata e chiamata per nome. Che avesse anche lui un briciolo di umanità…? In quel momento, però, c’erano altre cose più importanti a cui pensare: per quale motivo quell’essere l’aveva morsa? Come uno…zombi? Possibile che si trovava davvero nel mezzo di un’apocalisse come nei film? Ma soprattutto, Castaldi sapeva qualcosa di quella vicenda, o stava bluffando per tenerla buona…? Ma a che scopo…? Una persona egoista come lui, sarebbe uscito a salvarsi per conto suo, perché darsi tanta pena per lei? In pochi secondi queste domande si affollavano nella sua testa, ma decise di tacere. Non sapeva chi aveva davvero di fronte…”Signora Ferri? Mi sente?” esclamò lui, avvicinandosi un po’ “mi dice per favore come sta? Ha dolore, nota altri sintomi?” Mira davvero non capiva questo improvviso interesse, esitando gli rispose: “Sto abbastanza bene, grazie. Ma perché quell’uomo mi ha….morsa? Sono per caso….infetta?” gli chiese, incapace di trattenersi, doveva fargli almeno quella domanda.

Castaldi si sedette accanto a lei sul lettino, e come era solito fare la guardò dritto negli occhi, con aria di sufficienza, quasi di scherno: “Io al posto suo non mi preoccuperei di essere…infetta! Adesso ci troviamo al piano -1…ho dovuto portarla di peso fin qui, mi fa ancora male la schiena” affermò poco carinamente toccandosi dietro con una smorfia “adesso provi ad alzarsi, raggiungiamo il mio ufficio che  si trova al piano -2…e avrà le spiegazioni che vuole, promesso”.

“Bene!” esclamò Mira risoluta, e scese dal lettino con agilità…per poi rendersi conto, dolorosamente, che zoppicava…si sentiva meglio, ma la gamba a quanto pare aveva ancora bisogno di guarire…Castaldi le offrì il braccio senza parlare, e in silenzio si incamminarono verso il piano inferiore.

X.

UN BRAVO ASSISTENTE

Scesero da una scala di emergenza, un gradino alla volta perché lei aveva difficoltà a camminare. Rimasero in silenzio, entrambi. Mira aveva mille domande in testa, ogni tanto alzava lo sguardo e vedeva il volto risoluto del dottore, serio e concentrato pensava solo a camminare, senza degnarla di uno sguardo o di una parola. Meglio così!

Arrivarono con lentezza al piano -2, che Mira scoprì trattarsi di un bellissimo laboratorio di ricerca, dall’aspetto splendente e avveniristico. C’erano grandi sale con attrezzature di cui non capiva l’uso, porte a vetri, piante ovunque. Era un posto bellissimo, per nulla inquietante come si sarebbe aspettata, e stranamente era tutto deserto, c’erano solo i segni di un improvviso abbandono del personale…tazze rovesciate, pc lasciati accesi col salvaschermo, sedie a terra…evidentemente quando si era scatenato il caos, quella parte era stata evacuata, a quanto pareva con successo, perché non erano presenti cadaveri. Gli uffici erano bellissimi, c’erano stampe in 3D di organi, modelli umani, tutto molto scientifico, pulito e rassicurante.

In un posto come questo, avrebbero potuto scoprire la cura contro il cancro, pensò Mira.

Si girò a guardare Castaldi con la coda dell’occhio, dal basso verso l’alto. Lui ancora la sorreggeva, in silenzio e con un’espressione indecifrabile.

Imboccarono un corridoio tirato a lucido – lì sotto, per qualche strano motivo, le luci elettriche funzionavano perfettamente, fuori era notte fonda ma l’ambiente era ben illuminato, rassicurante.

Mira si sentiva quasi rilassata…girarono l’angolo, e udì improvvisamente uno strano rumore, qualcosa di ritmico, di molliccio…si guardò intorno, e in piena luce vide qualcuno….qualcosa…che si trascinava a terra, lasciando una scia di sangue scuro. Aveva il volto tumefatto, ma si vedeva che era un ragazzo piuttosto giovane, massimo 30enne, capelli biondo cenere e doveva aver avuto un viso gradevole, aveva lineamenti regolari e una corta barba curata…sembrava il classico bravo ragazzo…ma adesso si trascinava nel corridoio verso di loro, lento ma inesorabile, emettendo un rantolo orribile.

Castaldi lo guardò seccato, e lasciò la presa con cui la teneva rischiando di farla cadere…si avvicinò a lui, e con il suo bisturi lo trafisse con rapidità alla base della nuca. Il giovane stramazzò in un fiotto di sangue, che finì sulla parete bianca come un macabro quadro astratto.

Castaldi si girò, le sorrise impeccabile e disse: “quello era il dottor Zanetti, un bravo assistente…ma purtroppo non lavorerà più con noi”.

Con il bisturi insanguinato ancora in mano, si girò verso la porta di fronte a loro, e tirando fuori un badge dal taschino, fece scattare la serratura, mentre Mira ancora guardava con orrore i capelli biondi sporchi di sangue del giovane, che non si muoveva più.

XI.

DAVIDE E GOLIA

Davanti alla porta c’era una targhetta dorata, su cui era scritto: “Dott. G. Castaldi – responsabile protocollo Hermes”. Sopra la scritta c’era un logo in bianco e nero, che rappresentava due ali stilizzate, con due teste di serpente, che si guardavano. “Prego, dopo di lei” disse Castaldi facendole strada, con un gesto esageratamente cavalleresco che la irritò, sembrava volesse prenderla in giro. Era ancora scossa da come aveva freddato il suo assistente…non era sicura che lui fosse una di quelle…cose….forse era solo ferito? I suoi occhi sembravano umani, e se stesse chiedendo semplicemente aiuto? Possibile? Eppure Castaldi lo aveva freddato senza nemmeno pensarci. Ogni volta che iniziava a rivalutarlo, faceva o diceva qualcosa di orribile…

“Prego, si sieda”. Il dottore si sedette dietro un’ampia, modernissima scrivania in vetro e acciaio, e lei ancora un po’ zoppicante prese posto su una delle sedie davanti a lui.

Quell’ufficio era bellissimo, sembrava uscito da una rivista di design. Sulla sua scrivania campeggiava uno splendido computer Apple, alle sue spalle c’era un quadro rinascimentale, che faceva contrasto con l’ambiente circostante, ma in modo interessante, gradevole, anche se lievemente inquietante….proprio come lui, si soprese a pensare Mira, guardandolo come sempre con la coda dell’occhio mentre accendeva il suo pc…si sentì avvampare per la vergogna di aver pensato anche solo lontanamente che quella persona potesse essere interessante, e si rigirò a guardare il quadro.

Lo ricordava sui libri d’arte, era un quadro del Caravaggio, rappresentava Davide con la testa di Golia in mano e una spada nell’altra…la figura del bel giovane emergeva dal buio luminosa, la testa di Golia aveva uno sguardo colmo di orrore, la bocca digrignata…un fiotto di sangue scendeva giù dal collo reciso….Mira rabbrividì, quel quadro era decisamente fuori luogo nella stanza di un medico. Castaldi dovette intuire i suoi pensieri, si girò sulla sedia a guardare il quadro con compiacimento, e disse: “Le piace? Ovviamente non è l’originale…” sghignazzò “sono stato criticato dai miei colleghi per questa scelta, lo giudicano troppo macabro a quanto pare…ma per me è un’allegoria. La scienza, la medicina, è come Davide, che combatte contro Golia, la burocrazia, l’eccesso di moralismo che ci impedisce di fare le nostre ricerche…e poi si è rivelato un quadro premonitore visto quello che è successo, no?” si girò di nuovo a guardarla con il suo sorriso inquietante, ma Mira non aveva alcuna voglia di ridere. “Sto aspettando le spiegazioni che mi ha promesso” disse fredda.

“Ma certamente! Si metta comoda…e guardi” esclamò Castaldi, mentre sul quadro dietro di lui scese il telo di un proiettore. Stava proiettando alcune immagini in power point dal pc, Mira era perplessa. Pensava di essere a una riunione aziendale?

XII.

PROTOCOLLO HERMES

Mentre sullo schermo passavano le slide, il Dott. Castaldi iniziò a parlare con voce chiara, girandosi di tanto in tanto a guardare le sue reazioni.

“Le presento il Protocollo Hermes, di cui io sono il responsabile, oltre che l’ideatore. Il progetto nasce con l’intento di sviluppare un agente virale in grado di stimolare i meccanismi rigenerativi del corpo umano”.

Sullo schermo campeggiava il logo che era davanti alla sua porta, le due ali con i serpenti, Mira notò anche una sorta di organigramma in cui lui era in cima a una decina di ricercatori, sotto il suo nome si leggeva: Assistente Dott. Andrea Zanetti…il ragazzo morto in corridoio…Mira rabbrividì, continuava a pensare al suo sguardo ancora…umano…e a dubitare che lui fosse come le altre persone dentro l’edificio.

“Ispirandoci alle caratteristiche di alcuni ceppi virali e RNA, abbiamo creato un vettore capace di attivare i geni silenti della rigenerazione cellulare…” continuava Castaldi, appassionato, mentre schemi cellulari che Mira non comprendeva passavano sullo schermo “…promuovendo la riparazione dei tessuti, l’aumento della resistenza sistemica e la sopravvivenza in condizioni estreme”.

“L’obiettivo” continuò Castaldi fermando le slide, che diventavano sempre più incomprensibili a una persona non del settore, come Mira “è il trattamento di patologie degenerative, come SLA, Alzheimer, e cardiopatie post – ischemiche”.

“Dottore mi sembra un progetto fantastico, ma cosa ha a che vedere con gli esseri che hanno invaso l’edificio? Perché quelle persone sono diventate così?” esclamò Mira, interrompendolo.

“Stavo per arrivarci…” sbuffò lui “ma in parole povere il nostro agente H dopo aver dato risultati ottimi sugli animali, nella fase finale di sperimentazione si è rivelato imprevedibile sugli esseri umani…volontari ovviamente…” a quelle parole, i suoi occhi azzurri lampeggiarono “e ha scatenato una degenerazione cerebrale incontrollabile…pensi a dei…cani rabbiosi…aggressivi e senza freni inibitori…dal primo soggetto infettato, presto con i morsi e il contatto fisico l’agente H si è diffuso in tutto l’ospedale, che è stato immediatamente evacuato…almeno in parte…e messo in lockdown, come da protocollo. Purtroppo, molto spesso il progresso scientifico richiede dei sacrifici…” concluse solennemente.

“Cosa…? Voi avete fatto questo a degli esseri umani? Spero stia scherzando!” Mira si tirò su dalla sedia, scioccata.

“Le assicuro, Signora, che la sperimentazione si è svolta in tutta sicurezza, purtroppo non potevamo prevedere una simile degenerazione…” disse senza scomporsi minimamente.

“Senza prendersi il rischio, la scienza non va avanti. Questo piccolo incidente sarà presto contenuto e potremo riprendere i nostri studi…per il bene dell’umanità” alzò gli occhi e la guardò da dietro le lenti, dritto nelle pupille come era solito fare.

“Lei…è un criminale! Quando uscirò da qui la denuncerò!” Mira alzò la voce…ma lui rispose calmissimo: “Non ho agito certo da solo…..io sono la mente, ma questo progetto le assicuro ha importanti finanziatori…non sa chi c’è dietro…” e aggiunse a mezza voce “io stesso ho le mani legate…”

Mira era sconvolta, sapeva di non avere scampo. Da lì dentro non poteva uscire, non era eppure sicura che Castaldi l’avrebbe fatta uscire davvero come prometteva, ma che scelta aveva?

“Mi creda, Hermes è un progetto a fin di bene” proseguì lui “le conseguenze non erano prevedibili, abbiamo agito per il bene dell’umanità” ripetè solennemente.

“Ammettiamo che io volessi credere alla bontà delle sue intenzioni” disse lei “c’è una cosa che comunque non mi torna: per quale motivo quando è scoppiato il contagio lei invece di uscire con i suoi colleghi è venuto a cercare me in reparto?” Mira scrutò nei suoi occhi di ghiaccio, quella spiegazione non solo era deplorevole dal punto di vista morale ma faceva anche acqua da tutte le parti…ovviamente lei non poteva controllarne le basi scientifiche, ma continuavano a mancarle dei pezzi, era un puzzle incompleto.

“Signora Ferri” affermò con freddezza “lei dovrebbe ringraziarmi…è viva e vegeta solo grazie a me, non se lo dimentichi…questo non basta per avere la sua fiducia? Stiamo per scendere al livello -3, dove le sue ultime domande troveranno una risposta…e dove ci attende l’uscita” tagliando corto, il dottore si alzò dalla scrivania e le fece cenno di seguirlo, mentre nella testa di Mira riecheggiava quella domanda: “si fida di me…?” la risposta non la disse ad alta voce, ma risuonò nella sua testa forte e chiara: era un “no”…

XIII.

MIRA 2.0

Camminarono per i corridoi tortuosi e deserti, finché non furono davanti ad una grande porta scorrevole, accanto ad essa c’era una tastiera numerica e un grosso pulsante rosso.

Sulla porta c’erano i simboli del rischio biologico e del rischio di radiazioni, in giallo e nero, che non invogliavano certo ad entrare.

Il dottore senza girarsi a guardarla iniziò a digitare un lungo codice sulla tastiera, premette il pulsante rosso….e pian piano, la porta scorrevole iniziò ad aprirsi.

Mira entrò, c’era una angusta scala di ferro che conduceva ancora più sottoterra di come si trovavano, con un groppo alla gola seguì il dottore, che disse: “Vedo che la ferita è guarita, non zoppica più vero?” si girò a guardarla da dietro gli occhiali, la lente rifletteva la luce di emergenza che illuminava le scale e Mira non riusciva a vedere i suoi occhi…se possibile quel riflesso lo rendeva ancora più sinistro. Ma effettivamente, si sentiva agilissima e in forma, la sua gamba funzionava perfettamente…eppure fino a poco tempo prima zoppicava…”Mi sento molto meglio” esclamò a mezza voce. “Bene” Castaldi disse solo questo, e continuò a scendere le scale fino a raggiungere una porta di ferro.

La porta era differente da tutta la tecnologia che avevano visto fino a quel momento, era una porta di ferro, tipo antincendio, ma non aveva maniglia, solo un piccolo spioncino quasi invisibile.

Il dottore si mise davanti ad essa e la porta scattò immediatamente…forse riconoscimento facciale, o della retina?

Non appena la porta si aprì, Mira fu investita da uno odore acre e fastidioso…disinfettante? O altro?

C’era un corridoio buio con molte stanze, illuminate solo da luci di emergenza, intermittenti. I suoi occhi impiegarono un po’ ad abituarsi a quella vista, ma non appena vide meglio si trovò davanti ad uno spettacolo assurdo e terrificante.

In netto contrasto con quello che avevano visto sopra, il laboratorio al livello -3 si trovava in uno stato di caos totale: vetri rotti, mobili rovesciati, macchie di sangue e di altri liquidi imprecisati si trovavano ovunque, dalle porte semiaperte si vedevano strani macchinari di cui ignorava la funzione, e il tutto era illuminato dalle luci di emergenza, che lampeggiavano intermittenti, e da una fioca luce azzurrina, che Mira non capì esattamente da dove provenisse.

Inoltre, una voce di donna metallica e impersonale ripeteva in loop: “Attenzione. Rischio biologico attivo. Tutto il personale è invitato ad abbandonare immediatamente l’area”.

Il dottor Castaldi non era per nulla turbato da quella vista, anzi esclamò con orgoglio: “Signora Ferri, benvenuta nel vero core del progetto Hermes. E’ una privilegiata, poche persone a parte me hanno l’accesso a questo livello…purtroppo al momento c’è un po’ di disordine, ma spero capisca le circostanze” disse con un sorrisetto.

Mira si girò istintivamente verso la porta dalla quale erano entrati, priva di maniglia. Quel posto la terrorizzava, era claustrofobico. Ma Castaldi subito esclamò “Non mi dica che vuole tornare indietro, dopo tutta la fatica che abbiamo fatto per arrivare qui! L’uscita non è lontana, e se siamo fortunati potrà finalmente sdebitarsi con me per averla salvata ben tre volte…”

E come al suo solito, avanzò per il corridoio semibuio senza aspettarla, mentre quella maledetta voce continuava a ripetere: “Attenzione….rischio biologico attivo…tutto il personale è pregato…”

“Cosa vuol dire sdebitarmi?” gli urlò contro Mira. “Io non le consiglio di urlare…” rispose lui “o forse si, dipende da quanto vuole richiamare l’attenzione…”.

Mentre finiva quella frase, da dietro l’angolo si affacciò qualcosa.

Era alto circa due metri, aveva una forma vagamente umana…due braccia, due gambe, un viso…ma non era umano, o almeno non lo era più.

Era privo di capelli, il suo volto era coperto da escrescenze e un occhio era gonfio, semichiuso, digrignava i denti che non erano quelli di un essere umano, ma di una belva.

Aveva una corporatura muscolosa ed enorme, ma deforme. Le braccia erano lunghissime, le mani due artigli, la pelle sembrava essere stata strappata dal corpo, era come ustionato.

Sentì che quell’essere in qualche modo era senziente, li guardava con odio. Soprattutto, guardava con odio Castaldi.

“Bene, abbiamo visite…” disse il dottore senza scomporsi, appoggiandosi al muro “mi sa che in questo caos qualche cagnolino è scappato…come presumevo. Ottimo direi, adesso è il momento di farmi vedere, Mira, cosa sa fare. Coraggio, lo colpisca. E’ grosso ma più stupido di quello che sembra” Castaldi poggiato al muro la guardava di sbieco con un sorrisetto.

Cosa? Lei colpire quel bestione? Ma cosa stava dicendo? Mira pensò: ecco, mi sono fidata di lui e mi ha portata qui sotto a farmi uccidere dai suoi mostri…perché a quel punto capì subito che quel mostro doveva averlo creato lui…forse voleva sacrificarla, in nome della scienza, per testarne la forza…o forse il cagnolino aveva fame…le venne quasi da ridere, stava per morire come una stupida, si era fidata solo perché lui l’aveva curata quando era ferita…ma evidentemente aveva fatto solo il suo lavoro.

Mira ebbe pochi secondi per pensare, perché l’essere con un balzo velocissimo si scagliò contro di loro.

In quel momento, però, i suoi sensi si acuirono. Lo vedeva come al rallentatore, riusciva quasi a prevederne i movimenti.

Senza rendersene conto, con un balzo, prima che la cosa potesse fare alcunché, gli sferrò un calcio frontale fortissimo, e il mostro perse l’equilibrio e si accasciò. Con un calcio laterale, saltando gli colpì la testa, e l’essere stramazzò a terra. Era KO. Dietro di sé sentì un applauso….”Bravissima, sono impressionato! Ancora meglio di quello che immaginavo!” Castaldi batteva le mani, e la guardava ammirato. Dopodiché tirò fuori il bisturi e tagliò la gola alla cosa che giaceva riversa a terra “Meglio stare sicuri…” disse, e proseguì per la sua strada, come sempre senza aspettarla.

XIV.

SOGGETTO N. 58

A quel punto Mira sentì montare verso di lei tutta la rabbia che finora aveva trattenuto dentro di sé, era furiosa e odiava quell’uomo, con tutte le sue forze.

Corse e gli si parò davanti, voleva solo che la smettesse con i suoi giochetti psicologici e aprisse quella maledetta porta….se la porta esisteva.

Non credeva a una sola parola di quello che le aveva detto e si vergognava per essersi fidata di lui anche solo per un secondo.

Mentre stava per aprire bocca e urlargli contro tutto quello che aveva in corpo, il dottore con un gesto silenzioso indicò il soffitto sopra di lui.

Mira alzò gli occhi, e la vide.

Era una donna…qualcosa di simile a una donna, perché in qualche modo ne conservava ancora la fisionomia.

Era aggrappata al soffitto….stile Spider Man.

Anche lei guardava entrambi con odio viscerale, specialmente sembrava volersi scagliare contro il dottore….emise un lieve ringhio e schiumò dalla bocca, la sua saliva cadde per terra e per poco non prese Mira…che schifo!

Quell’essere aveva ancora addosso i brandelli di un indumento, sembrava un camice bianco a occhio e croce….era stata una paziente come lei?

Il suo viso ricordava il Fantasma dell’Opera. Per metà si distinguevano ancora i lineamenti, forse un tempo belli e delicati, e un occhio umano  continuava a scrutarli. Aveva anche, da quel lato della testa, i capelli ancora lunghi, di un colore castano, impiastricciati e crespi.

L’altro lato del viso era un quadro astratto. Non si distinguevano i lineamenti, il cranio aveva una forma irregolare ed era privo di capelli, la pelle era ricoperta di…croste? Ustioni?

Il suo corpo era scattante e muscoloso, ma animalesco, aveva unghie lunghissime come artigli.

La donna balzò a terra e si frappose tra loro due, girandosi verso Castaldi…era chiaro che voleva attaccarlo, già da come lo guardava aggrappata al soffitto.

No, quel mostro non poteva uccidere la sua unica speranza di uscire da lì!

Mira attaccò la donna mostruosa alle spalle, la afferrò con forza e sebbene fosse più alta e imponente di lei, con un calcio ben assestato la scaraventò contro la parete….il corridoio era piuttosto stretto, la donna aveva sbattuto la testa contro uno spigolo del muro, Mira la vide afflosciarsi mentre una pozza di sangue si allargava attorno a lei.

L’aveva…uccisa? Ne fu turbata, anche se non lo aveva fatto intenzionalmente…si sentiva strana, aggressiva…i suoi sensi erano all’erta.

Il dottore in tutto questo non si era scomposto di un millimetro, non faceva altro che guardarla con approvazione, con compiacimento, senza dire nulla.

Mira si mise di fronte a lui, e urlò: “Cosa mi avete fatto? Come faccio a essere così forte? Voglio sapere cosa mi avete fatto!”

Avrebbe voluto picchiare anche lui, ma a cosa sarebbe servito?

Entrò nella stanza di fronte a loro, dove c’era un armadio, lo aprì e iniziò a tirare fuori alla rinfusa tutto quello che c’era dentro, schedari e documenti…un po’ per sfogare la rabbia, un po’ per cercare qualcosa, un indizio…

Il dottore la seguì dentro la stanza, rimanendo semplicemente ad osservarla come fosse un animale dal comportamento anomalo, con curiosità prendeva nota dei suoi comportamenti, sempre con quel sorrisetto compiaciuto…

Mira non ci vide più.

Sulla scrivania dietro di loro c’era un tagliacarte, certo non era il suo bisturi ma lei adesso era forte, non lo temeva più.

Brandì l’oggetto contro di lui, minacciandolo: “Mi dica subito cosa mi avete fatto!” urlò nuovamente.

Era fuori di sé, ma per tutta risposta il dottore iniziò a ridere, rideva di gusto come se avesse visto un grazioso gattino soffiare e arrabbiarsi, non era per nulla intimorito né dalla sua forza e tanto meno dal tagliacarte che aveva in mano.

Quella risata fu la goccia che fece traboccare il vaso. Con un gesto fulmineo, Mira lo aggredì con quel coltello improvvisato, Castaldi si scostò di lato senza smettere di sorridere, guardandola negli occhi con aria di scherno.

Ma non fu abbastanza veloce…sulla sua guancia sinistra si aprì un taglio sottile, appena sotto lo zigomo, dal quale colò un rivolo di sangue.

Castaldi si toccò con le dita della mano destra, che divennero rosso vivo…

“Calma, Mira…” disse “basta chiederlo con gentilezza e ti darò la tua risposta…calmati adesso, e siediti” disse dolcemente.

Era strano, ma nella sua voce, quando assumeva quel tono, c’era qualcosa che la calmava, la ipnotizzava….mira gettò il tagliacarte che aveva in mano come se fosse rovente, e crollò a terra in ginocchio. Cosa aveva fatto? Non era da lei aggredire una persona (per quanto fosse una persona spregevole) e per giunta con un coltello…

“Non preoccuparti, è tutto normale, sono gli effetti collaterali che può dare il nostro agente H, pian piano ti abituerai” proseguì il dottore, sempre parlando in modo mellifluo.

Si avvicinò all’archivio e con gesti calmi e misurati, iniziò a cercare, finché trovò un fascicolo, che le porse.

Sul frontespizio era scritto a caratteri ben leggibili: “Soggetto n. 58”.

XV.

CHI E’ IL MOSTRO?

Mira aveva le mani che le tremavano, prese la cartellina, il cuore le batteva fortissimo. Aveva paura! Chi era lei adesso? Cosa le avevano fatto? Sarebbe diventata uno di quei mostri?

Aprì la cartellina, era una cartella clinica.

Iniziò a leggere:

Nome: Mira

Cognome: Ferri

Si riferiva proprio a lei…lei era il soggetto 58: c’erano tutti i suoi dati, nascita, peso, altezza, patologie pregresse, ogni possibile informazione su di lei, oltre ad analisi cliniche e test che non ricordava di aver fatto…

C’era un test in particolare, sembrava un test genetico, il referto era lungo e incomprensibile ad un non medico, alla fine c’era scritto: compatibilità: 98,6%

Compatibilità a cosa?

C’era poi un altro referto, era riferito al suo intervento: asportazione nodulo di natura benigna…e poi….inoculato vettore H, e poi una serie di osservazioni.

Ad un’ora dall’inoculazione, si osserva lieve aumento del battito cardiaco, condizioni stabili.

Si somministra lieve dosaggio di Fentanyl.

A due ore dall’inoculazione, condizioni stabili.

Poi i rilievi sembravano fermarsi, ma non c’era bisogno di leggere oltre….era chiaro che in quel posto così efficiente, pulito, rassicurante, era stata ricoverata per un intervento di routine e le avevano somministrato quell’orribile virus….per le loro folli ricerche e adesso…sarebbe diventata come gli zombi nell’atrio, o come la donna lucertola appesa al soffitto?

O qualcosa di peggio?

Mira era ancora a terra, tutte le sue forze vennero meno e iniziò a piangere disperata, singhiozzando come una bambina, come non le succedeva da anni…

Fu allora che lo sguardo di Castaldi cambiò: “Mira, Mira, non piangere” la guardò accorato, dispiaciuto “Ti prego non fare così…” si inginocchio di fronte a lei e con le lunghe dita ancora insanguinate, con le quali aveva pulito il sangue dal suo stesso viso, le prese delicatamente il mento, e la costrinse ad alzare lo sguardo.

Mira lo guardò in quegli occhi di ghiaccio, e le ricordò un serpente.

Somigliava a un serpente, pensò. Sguardo ipnotico, movenze sinuose e pronto ad avvelenarti a morte…

Con uno scatto della testa, si sottrasse a quel contatto.

“Mira, io lo so cosa stai pensando. Che diventerai come quei mostri…ma non è così. Sono passate 12 ore dall’inoculazione e a questo punto tutti i soggetti che abbiamo trattato erano già andati incontro a degenerazione fisica e cerebrale….Mira la tua compatibilità genetica al virus H è unica, tu….tu capisci, sei perfetta!”

La guardava con dolcezza, con ammirazione.

“Tu sei un caso unico, sei rimasta umana nell’aspetto, hai conservato la lucidità mentale…quasi del tutto…” continuò a sorriderle dolcemente mentre si toccava il taglio sulla guancia “ma me lo meritavo, lo ammetto”…Mira lo guardò, quel taglio quasi gli donava….e si innervosì nuovamente per aver pensato una simile stupidaggine.

“Chi mi assicura che non diventerò come gli altri?” inveì rabbiosamente.

“Dovrei credere a lei, dottore? Lei che non mi ha detto altro che bugie, stronzate, tutto il tempo?”

“Mira, come potevo dirtelo…? Dovevi vedere con i tuoi occhi…non ti senti meglio di prima, più forte e potente, i sensi più lucidi? Mira tu sei un capolavoro….sei il mio capolavoro, lo capisci?”

“Lei è pazzo! Si crede un genio e un artista ma è un criminale! Io uscirò di qui e la denuncerò per quello che ha fatto, per quello che mi ha fatto, marcirà in galera lei e i suoi collaboratori…quelli ancora vivi. Ora deve dirmi la verità anche su questo, il suo assistente non era un infetto vero? Cosa gli è successo?”

Il suo sguardo si adombrò: “Ho dovuto fermarlo, Mira devi capire….aveva scoperto delle verità scomode e voleva bloccare tutto….un ragazzo brillante, peccato fosse così limitato dal suo moralismo…”

“Adesso basta!” urlò lei “Non voglio sentire una sola parola di più! Deve farmi uscire di qui e subito, altrimenti….”

“Altrimenti cosa fai? Vuoi uccidermi? Uccidimi, se ritieni” Mira notò che era passato a darle del tu…”accetto di morire per mano della mia più grande e bella creazione, ma sappi; Mira, che poi non uscirai più di qui…solo io conosco il codice” le porse il suo bisturi con un gesto teatrale, e lei fu quasi tentata di prenderlo, di affondarlo lì dove avrebbe dovuto esserci il cuore…ma quell’uomo un cuore non lo aveva, probabilmente.

Lui era un mostro, e lei stessa si sentiva un mostro solo per aver pensato di farlo fuori a sangue freddo…erano mostri, né più né meno degli esseri deformi che si aggiravano nel laboratorio.

XVI.

L’ABISSO GUARDA TE

Mira si alzò lentamente: “Adesso basta dottore, la prego andiamo alla porta. Se la porta esiste davvero e non è un’altra delle sue trappole”.

Anche lui si alzò. “Vedrai che avrai riposto bene la tua fiducia…Mira io non sono un mostro, tutto quello che faccio è per il bene dell’umanità, per il progresso…forse a volte ho un umorismo un po’…macabro…ma fa parte del mio lavoro. Mira io spero che impari ad apprezzarmi, non avremmo inoculato il virus senza la certezza quasi totale che avrebbe funzionato…credimi”. “E’ quel quasi che fa la differenza…” ribatté lei. “La medicina non è una scienza esatta” proseguì imperterrito Castaldi “e se oggi possiamo curare molte malattie è perché molti si sono sacrificati…per permetterlo. Mira tu fai parte della storia…io e te facciamo parte della storia”.

Nel dirle questo, le prese le mani e la guardava con trasporto…nei suoi occhi chiarissimi brillava una scintilla….Mira ripensò alla frase che aveva letto tante volte, ma solo in quel momento ne capì il significato: “Se guardi troppo a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di te”.

E lui il dottore, nell’abisso ci era caduto, come Lucifero cadde nell’inferno…

Gli lasciò le mani, e rispose fredda: “Per favore, andiamo”.

Castaldi si ricompose: “Come vuole, signora Ferri. Le faccio strada” disse con il suo consueto tono freddo e sarcastico, dandole nuovamente del lei…

Mira lo seguì.

Attraversarono ancora un lungo corridoio (quanto era grande quel posto?) che versava in condizioni persino peggiori del primo.

C’era il caos totale, documenti sparsi a terra, scrivanie messe completamente a soqquadro, resti di…materiale organico…si trovavano ovunque.

Il personale sembrava essere stato evacuato, e apparentemente qualcuno aveva portato con se documenti, forse anche campioni, perché si vedevano ovunque i segni di una ricerca frettolosa, avvenuta prima della fuga generale dal reparto.

La voce metallica continuava a ripetere senza sosta: “Attenzione. Rischio biologico attivo. Tutto il personale è invitato ad abbandonare immediatamente l’area” – ormai quella frase le si era impressa nel cervello, quel tono impersonale da voce registrata le trasmetteva ansia…se solo avesse smesso di ripetere quella litania!

A quel punto Mira rivide più forte il bagliore azzurrino che aveva subito percepito all’interno del laboratorio, senza sapere cosa fosse.

“Purtroppo dobbiamo passare di qui per forza….le consiglio di are silenzio” disse Castaldi a bassa voce.

Ai lati della grande sala che stavano attraversando, c’erano delle enormi vasche di contenimento, che contenevano…esseri.

Erano immersi in un liquido azzurrino, era quello ad emettere il lieve bagliore che aveva notato fin dal momento in cui erano entrati li dentro.

Mira cercò con tutte le sue forze di guardare avanti senza girarsi a guardare quelle…cose…ma era difficile non vedere.

Ci saranno state una ventina di vasche, in cui galleggiavano, non era chiaro se fossero vivi o morti, degli esseri assolutamente irriconoscibili.

Sicuramente avevano…parti umane, magari un braccio, una gamba, una mano…ma non avevano una forma, erano grovigli di tessuti e membra…Mira era davvero inorridita.

Castaldi tirò dritto senza parlare, si girò brevemente a farle segno di fare silenzio, portandosi l’indice alle labbra, e proseguì.

No forse non erano 20, erano 30…ma di cosa si trattava? Mira non vedeva l’ora che quella sala finisse…

Ad un certo punto però si iniziò a sentire il rumore di un vetro che si incrinava….Mira si girò, e vide con orrore che una di quelle vasche (erano alte e cilindriche) era collassata, inondando di liquido tutta la stanza, ma cadendo aveva rotto anche l’altra….un effetto domino.

“Corri, Mira! Dobbiamo uscire, questi non possiamo combatterli!” urlò Castaldi, per la prima volta lo vide allarmato, e iniziò a correre, correre senza girarsi.

Non sapeva se quelle cose li stessero  o no seguendo…ma erano in grado di camminare?

La risposta non l’avrebbe avuta mai, perché Castaldi la afferrò per un braccio e la tirò a sé, con un gesto fulmineo strisciò il suo badge e aprì una porta blindata dall’aria molto pesante.

La richiuse dietro di sé, dopo averla presa per mano e trascinata dentro.

Per la prima volta lo vide sconvolto, aveva il fiatone (come del resto lei) per quanto avevano corso, e solo allora Mira si rese conto che era poggiato al muro, vicinissimo a lei.

Aveva i capelli scompigliati, non pettinati come al solito, e guardava in basso, verso un punto indefinito con espressione indecifrabile. Nonostante la corsa, il sangue, le lunghe ore trascorse (a proposito, chissà che ora era…? Era ancora notte?), Mira percepì un profumo gradevole, fresco e leggermente speziato….era il suo dopobarba? Ma dannazione! Cosa diavolo stava pensando? Mira si scostò, ricordandosi chi era e cosa aveva fatto quell’uomo…tuttavia mentre lei faceva la sua piccola lotta interiore, lui non la stava degnando di uno sguardo….Mira si accorse che da chissà dove aveva tirato fuori una sigaretta e la stava accendendo.

Sempre poggiato al muro, tirò una forte boccata, soffiandole praticamente il fumo in faccia.

Ma che cavolo…! Mira iniziò a tossire e si allontanò dalla parte opposta della stanza, che sembrava una specie di magazzino…”Ma che fa si mette a fumare? Non aveva detto di aver smesso? A me il fumo dà fastidio, per favore può spegnere la sigaretta?” disse Mira infastidita.

Lui, assente e impensierito, rispose semplicemente: “Il fumo non è la cosa più letale qui dentro, come ha potuto constatare…” e dopo aver tirato un’altra profonda boccata, spense la sigaretta con la sua scarpa nera elegante.

XVII.

MIRA VS. ANURAK

“Siamo ancora lontani dalla porta?” gli chiese Mira, guardandosi intorno.

I quella zona c’era un’atmosfera meno caotica, e non si sentiva più la voce femminile metallica ripetere in loop il messaggio di allarme. Che sollievo!

“Signora Ferri, ho il piacere di annunciarle che l’uscita è proprio dietro di lei!” esclamò Castaldi, indicandole…il muro.

Era folle davvero o la stava prendendo in giro…? “Si avvicini, guardi meglio…” Mira si avvicinò e vide che effettivamente nel muro era mimetizzata un’uscita, si vedevano delle scanalature, quasi impercettibili….ma come si apriva?

“Solo io conosco questa porta, e il modo di aprirla” disse Castaldi enigmatico, sfoderando il suo solito sorriso ironico e guardandola negli occhi, con aria di scherno.

Quanto era odioso! Cosa voleva, che lo pregasse?

“Ebbene, la apra per favore, così usciamo e la facciamo finita!” ribatté Mira, e si rese conto che una volta fuori sarebbe stata sola con lui in mezzo alla campagna…l’ospedale era in un luogo isolato….che avrebbe fatto? Non aveva nessuna voglia di restare in sua compagnia! Decise che una volta fuori avrebbe corso, più forte che poteva, lo avrebbe sicuramente seminato con le sue nuove capacità fisiche…sarebbe arrivata sulla strada o ad un’abitazione e avrebbe chiamato aiuto. La polizia doveva andare in quell’ospedale e vedere cosa stava succedendo! Se ne infischiava dei misteriosi finanziatori del progetto Hermes!

Mentre Mira pensava questo, sentì un rumore improvviso.

Si rese conto che nello stanzone in cui si trovavano, ingombro si scatoloni vuoti di farmaci e altre cianfrusaglie, oltre alla porta dalla quale erano entrati scappando da quelle…cose…c’era un’altra porta…quella porta si spalancò, e apparve qualcuno.

A parte Castaldi e il povero assistente mezzo morto, era la prima volta che Mira vedeva un essere umano in quell’inferno…restò a guardarlo a bocca aperta, perché il suo aspetto era davvero appariscente.

Era un ragazzo molto giovane, di massimo 20 anni, dai tratti asiatici e dalla carnagione scura.

Era bellissimo, un incrocio tra un idol k pop e un personaggio anime: aveva folti capelli neri con doppio taglio, grandi occhi nerissimi dalla forma allungata, labbra carnose, e soprattutto aveva un fisico sorprendente. Era muscolosissimo, super definito, anche se il suo corpo era coperto da tagli e abrasioni.

Ma quello che colpì di più Mira fu il suo abbigliamento: alle mani e alle caviglie indossava delle fascette, tipo quelle dei pugili. Erano nere e consunte. Era a piedi nudi, e sul petto aveva un bendaggio medico, simile al suo. La cosa che la sorprese di più, fu che indossava dei pantaloncini sportivi, sopra vi era ricamata una tigre.

Ma aveva forse le allucinazioni? Che ci faceva li, in un ospedale, in un laboratorio di ricerche pieno di mostri, quella specie di Super Sayan?

Il ragazzo rimase fermo sulla porta, li guardava con sguardo torvo, senza dire nulla.

“Ti presento Anurak, il soggetto n. 57” disse Castaldi alle sue spalle “un esperimento riuscito piuttosto bene, se non fosse che…”

Non finì nemmeno di pronunciare quella frase, che il ragazzo avanzò verso di loro, con calma, guardandoli con odio, e si mise in guardia.

Mira capiva abbastanza di arti marziali per capire che quella era una guardia da muay thai. Osservò incantata le sue movenze, e notò osservandolo meglio che sul suo pantaloncino c’era ricamata anche una scritta: “tiger”.

“Ciao, non vogliamo farti del male, stiamo per aprire la porta e usciremo di qui” gli disse Mira dolcemente “puoi stare tranquillo, vieni con noi” gli sorrise, ma per tutta risposta il ragazzo le sferrò una ginocchiata, e la scaraventò violentemente contro gli scatoloni vuoti che erano dietro di loro.

“Purtroppo Anurak ha reagito benissimo al virus H dal punto di vista fisico, come può vedere…il suo aspetto è rimasto invariato, anzi è diventato ancora più tonico e asciutto…ma il suo cervello, quello…è andato incontro a una degenerazione irreversibile, Anurak non ha più capacità cognitive, è inutile che prova a parlarci” la avvisò Castaldi, appoggiato al muro come a godersi lo spettacolo “Penso, Mira, che dovrà combattere con lui…la avviso che è molto forte, anche prima dell’esperimento è stato due volte campione europeo di muay thai…stia attenta”.

Mira era incredula. Ci mancava solo il duello alla Street Fighter per concludere quella nottata assurda…!

Si rialzò dolorante, e si avvicinò al ragazzo, che era in posizione di guardia. Per qualche ragione, il suo avversario voleva combattere lealmente.

Mira si mise a sua volta in posizione di guardia…era molto più giovane, grosso e muscoloso rispetto a lei…pensò: “o la va o la spacca!”

XVIII.

UNA SCELTA

Mira sferrò subito un calcio frontale, ma si accorse subito che il suo avversario era veloce, troppo veloce…si scostava con una rapidità…sovraumana…la sfiancava senza che lei riuscisse a colpirlo e infine…le assestò una gomitata fortissima che la piegò in due.

Mira aveva il cervello annebbiato, ma doveva pensare. Ok era più forte e veloce di lei, ma…era come un automa, non sembrava pensare ma agire di istinto, anche se, in tutto e per tutto, rispettava le regole di un combattimento vero e proprio, come fossero su un ring.

La sua unica speranza era giocare di strategia, prenderlo di sorpresa sfruttando la sua forza.

Forse pensò troppo, perché nel frattempo il giovane le assestò un calcio ben misurato, che la fece crollare a terra.

A quel punto i sensi di Mira si accesero, mentre era a terra e lui le si stava avvicinando di nuovo, lo colpì con un calcio circolare basso, che gli fece perdere l’equilibrio, e a sua volta il giovane cadde.

Ce l’aveva fatta! Approfittò del suo momento di debolezza per sferrargli un calcio, poi un altro…Ma lui si era già rialzato, ed era più incazzato di prima.

Lo aveva colpito, si, ma non messo fuori gioco…la colpì con una ginocchiata, Mira cadde a terra, la vista le si offuscava…era troppo forte per lei…non ce l’avrebbe fatta.

Aprì gli occhi e vide che il ragazzo era sopra di lei e stava per sferrarle una gomitata in pieno viso…”mi ucciderà….” pensò “proprio ora che ero davanti alla porta…”

Ma d’improvviso sentì qualcosa di caldo schizzarle in viso…vide il suo avversario crollare all’indietro rovinosamente, tra schizzi di sangue.

Castaldi era lì fermo, lo aveva appena colpito alle spalle e aveva il bisturi ancora in mano, sembrava turbato…ma Mira si girò a guardare Anurak.

Il ragazzo era supino, un rivolo di sangue gli scendeva dalle labbra verso il mento, i suoi occhi erano…pieni di lacrime. Possibile?

Mira vide proprio una lacrima scendergli sulla guancia, stava cercando di parlare…si avvicinò a lui: “La…li…sa…” gli parve di sentire.

Aveva parlato? Mira lo guardò, ma ormai il ragazzo giaceva immobile, gli occhi nerissimi spalancati, senza vita.

Era uno spettacolo orribile, era così giovane….Mira sentì calde lacrime scenderle sulle guance, era troppo….si chinò verso di lui e gli chiuse delicatamente gli occhi, cercò le sue mani per metterlo in una posizione meno scomposta….e si accorse che con la mano destra stringeva qualcosa. Una catenina? La prese, era un ciondolo che all’interno conteneva una piccola foto: due ragazzini sorridenti, uno era lui, accanto c’era una bambina più piccola, che gli somigliava molto…

“Lalisa…” ripetè Mira ad alta voce. Lalisa era quella bambina? Forse sua sorella?

“Era la sorella minore di Anurak, affetta da una rara forma di distrofia muscolare…il soggetto aveva deciso di sottoporsi all’esperimento sperando che avremmo trovato la cura…come vede non siamo così cattivi”. Castaldi era in piedi, e stava pulendo meticolosamente le lenti dei suoi occhiali con un panno.

“Come fa a dire una cosa del genere! Quel ragazzo aveva perso l’anima…voi gliela avete presa…!” Mira gli inveì contro.

“Evidentemente non del tutto, visto che in fin di vita ha nominato la sorella…onestamente sono rimasto sorpreso, non me lo sarei mai aspettato! Avrei voluto fargli degli esami, ma è chiaro che stava avendo la meglio su di lei…e quindi ho dovuto fare…una scelta. Le faccio notare che è la quarta volta che le salvo la vita, dovrà sdebitarsi con me…”.

Così dicendo, si rimise gli occhiali, guardandola fisso negli occhi, con quello sguardo più freddo di un iceberg.

XIX.

IL MONDO FUORI

Mira era esausta, dolorante, e la morte di quel ragazzo l’aveva turbata più di tutto quello che aveva visto lì dentro.

Forse perché nei suoi occhi, mentre moriva, aveva visto che era ancora umano.

Voleva uscire da lì, e subito.

“Adesso può aprire quella porta?” disse a Castaldi, che stava osservando il corpo del ragazzo morto e sembrava perso nei suoi pensieri.

“Si, certo, la porta…” affermò lui assente…possibile che fosse dispiaciuto anche lui?

“E’ stata una gran perdita, il soggetto n. 57 aveva una compatibilità al vettore H pari al 92,7%…inferiore alla sua, certo ma…avrebbe dovuto funzionare, essendo anche il candidato ideale, giovane e molto più forte…e invece lei ha risposto molto meglio…” pensava ad alta voce, senza badarle, ignorandola e al contempo dandole della “vecchia”…era veramente una persona orribile.

“Dottor Castaldi!” urlò Mira “io voglio uscire da qui, per favore può aprire quella maledettissima porta????” urlò ancora più forte, non ne poteva più e aveva paura che nel frattempo arrivasse qualche altro boss finale da uccidere….era esausta, non avrebbe potuto schiacciare una zanzara in quel momento.

Lui si girò, finalmente aveva catturato la sua attenzione.

“Certo, è ora di uscire…” disse enigmatico, e si avvicinò alla porta nascosta nel muro.

Alzò una mattonella, e apparve un sensore al quale appoggiò la mano…la porta pian piano iniziò ad aprirsi a fatica, evidentemente era molto tempo che non veniva usata…si aprì lentamente, e dietro di essa apparve…una luce abbagliante.

Evidentemente all’esterno c’era un tunnel, che sbucava fuori.

Mira non poteva crederci, la porta esisteva davvero!

“Allora, prego Signora Ferri” lui le fece strada con quel solito gesto finto cavalleresco “non era ansiosa di uscire?”

Mira non se lo fece ripetere due volte, varcò la soglia. Ma esitò, vide che Castaldi rimaneva dentro.

Si girò a guardarlo, ma lui non dava segno di voler uscire. Stranamente, la cosa la metteva a disagio….

“Lei non esce?” gli disse.

Castaldi era appoggiato alla grossa porta, e tirò fuori dalla tasca l’accendino che utilizzava per accendersi quelle orribili sigarette, cominciò a giocherellarci, accendendolo e spegnendolo…quanto era irritante!

“Secondo lei, signora Ferri, io sono un capitano che abbandona la nave?” le disse con aria di scherno “Io devo restare qui a fare un po’ di…pulizie” affermò guardando la piccola fiammella che usciva dall’accendino rosso che teneva tra le mani.

“Cioè la sua intenzione qual è? Incendiare il laboratorio?”

Lui non rispose, si limitò a sorridere con espressione indecifrabile.

“Sappia che io appena uscita da qui andrò alla polizia e racconterò tutto quello che succede qui dentro!” gli disse decisa.

“Non ne dubito” ribatté lui mentre i suoi occhi di ghiaccio la fissavano dritto nelle pupille “ma ricordi che ormai lei fa parte di tutto questo…ammesso che le credano, non ha pensato che se tutti sapessero delle sue…capacità…la aspetterebbe una vita da cavia di laboratorio…? Nessuno conosce il processo a parte me…Mira, lei è un mio piccolo…esperimento personale….di cui nessuno è a conoscenza. Ci tengo particolarmente, mi creda. Non voglio che altri ci…mettano mano, mi capisce?”

“Quindi mi fa uscire perché non vuole che sia trovata dai suoi…collaboratori, o superiori? E cosa dovrei fare, tornare alla mia vita di sempre come se niente fosse accaduto? Dopo quello che ho visto?”

Mira esitava, una parte di lei aveva paura di abbandonarlo…se le fosse successo qualcosa, chi avrebbe saputo curarla? Una parte folle del suo cervello voleva rientrare e restare li…che lei lo volesse o no, ormai aveva un legame con quel posto…e con lui! Mira esitava, appena fuori dalla porta, tra la luce fuori da una parte e la figura slanciata di Castaldi dall’altra, che la guardava compiaciuto, appoggiato al muro.

“Mi creda, io sono lusingato che lei voglia restare con me, ma non è possibile in questo momento…” le disse divertito.

“Ma cosa sta dicendo??? Possibile che non capisce che non so cosa fare, non so cosa mi accadrà, a chi rivolgermi….mi ha rovinato la vita per i suoi assurdi deliri di onnipotenza!” gli urlò contro.

“Mira per favore, non abbiamo più tempo…” le rispose lui di nuovo serio, guardandosi alle spalle “presto qualcuno sarà qui e mi creda sulla parola, è meglio che lei non si faccia trovare…io le chiedo solo di uscire, tornare a casa sua e…fidarsi di me. Ho grandi progetti per lei…perciò si sbrighi per favore ad uscire…è quasi giorno, quindi è tempo che torni a casa. Del resto, non le avevo detto che sarebbe stato un day hospital?”

E fu così che senza una parola di più le fece l’occhiolino,  e sorridendole richiuse la porta…e sparì nel buio.

Mira rimase da sola, e non poté fare altro che incamminarsi verso la luce, che diventava sempre più forte e abbagliante.

Aveva desiderato tanto il mondo fuori, e adesso…ne aveva paura.

FINE

“…e quindi uscimmo a riveder le stelle…”.

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